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Itinerari

Scopi il bacino la Livenza e I Pra’ Dei Gai, il Casteir, il bosco planiziale di Basalghelle, chiese e ville del territorio.

Itinerario da visitare

Raggiunto il piccolo centro di Mansuè, sulla cui piazza principale (P.zza Francesco Dall’Ongaro) troneggia la Chiesa di San Mansueto, con il mirabile sagrato rialzato da una gradinata, si può proseguire per via Fossabiuba, che si estende dal retro della chiesa, fino a via Gai, una strada laterale che se ne diparte sulla sinistra. Girate in via Gai. Percorso qualche kilometro, questa diventa una strada sterrata che vi accompagnerà alla scoperta del piacevole paesaggio dei Prà dei Gai, lambito dai fiumi Livenza e Rasego. La strada, anche se sterrata, è comodamente percorribile sia in auto che in bicicletta. Una veloce salita, vi ricongiunge con la S.P. 50. Girate a destra in direzione Pordenone. Percorsi 300 metri, alla prima rotonda girate a sinistra e prendete via Calbassa che vi porterà a Rigole – Mansuè. Seguite le indicazioni per il centro della località di Rigole e proseguite verso Basalghelle, incontrando la pianura coltivata e attraversata dal Rasego. La frazione di Basalghelle è introdotta all’orizzonte dal campanile della Chiesa di San Giorgio. In Piazza Aganoor girate a sinistra. Alla vostra destra osservate l’interessante complesso di ville venete, oggi di proprietà delle famiglie: Setten, Arrigoni e Silvestrini.
Alla rotonda, girate nuovamente a sinistra, in via Basalghelle. E’ un caratteristico viale alberato tipico del nostro “piccolo mondo antico”. A circa 500 metri, sulla destra c’è una strada sterrata che conduce al ex Convento benedettino, mentre l’isolata casa colonica che poco più avanti si erge sulla sinistra è il luogo natale di Padre Cosma Spessotto, missionario in Sud America, del quale è stata richiesta la beatificazione.
Continuando per via Basalghelle, si raggiunge la S.P. 50 per il rientro ai luoghi di provenienza. Vi consigliamo, però, un’ultima piacevole tappa. Girando a sinistra, in direzione Pordenone, oltrepassate la rotonda e dopo un centinaio di metri sulla sinistra inizia Via Vizze. Prendetela e proseguite fino al suo termine, dove vi troverete all’entrata del Bosco planiziale di Basalghelle.
(kilometraggio itinerario: tot. 18 km).

La Livenza e i Pra’ dei Gai

La Livenza: duemila km. quadrati di bacino e oltre cento di percorso in gran parte navigabile. Un grande, placido fiume, meno infido e pericoloso dei suoi fratelli Piave e Tagliamento, che nei secoli ha svolto un ruolo fondamentale nella nascita e nello sviluppo della civiltà mansuetana. Le sue acque che straripano nei Prà dei Gai sono un panorama indimenticabile. I Prà dei Gai sono una straordinaria golena naturale, seicento ettari di prato stabile, con al centro il paleoveneto Casteir.
Considerata la loro valenza naturalistica e faunistica, sono stati dichiarati dalla Comunità Europea area protetta e inquadrati nel progetto di sviluppo territoriale del GAL 5 (Gruppo di Azione Locale), società consortile a responsabilità limitata promossa dalla Provincia di Treviso e dalla Camera di Commercio di Treviso.
Nei decenni trascorsi, i terreni dei Prà erano comunali e agli albori della primavera con un’asta pubblica i contadini del luogo se ne aggiudicavano piccoli appezzamenti per il pascolo e la raccolta del fieno. Purtroppo, oggi questa usanza è andata persa.
Il 25 aprile, giorno di San Marco, sono la meta preferita dalle famiglie per la tradizionale scampagnata con pic-nic.

(testo tratto da”Mansuè, L’evoluzione della crescita”, Annalisa Fregonese, 1990

Il Casteir

Il “Casteir” fluviale di Mansuè (all’interno dei Prà dei Gai) doveva essere più grande all’origine e quanto oggi rimane, dopo numerose manomissioni, doveva costituire la parte più elevata, destinata come punto di vedetta e difesa.
Il perimetro del “Castelir” era certamente formato da un solido bastione anulare, entro il quale sorgevano le abitazioni e si svolgevano attività. Le abitazioni, costruite con robusto legname, erano ricoperte da un tetto di paglia e strame, oppure con sottili canne consuete nei luoghi umidi.
I casoni, che ancora resistono nelle lagune prossime alla foce del fiume Livenza, possono essere un esempio fedele, e ancor oggi visibile, di quelle antiche abitazioni venetiche.
L’esistenza del Casteir di Mansuè non può essere disgiunta dal vicino “Tumulo del Rasego”, eretto dai nostri antenati con finalità di culto e funerarie. Non si tratta di una costruzione singolare nella terra tra il fiume Piave e la Livenza, dove i tumuli sono chiamati anche “rive tonde” e “mutere” per il loro particolare profilo.Tra il Casteir dei Prà dei Gai e il Tumulo del Rasego è stato individuato un orientamento solare. E’ pertanto ragionevole supporre anche una funzione di misura del tempo con un sistema ingegnoso di pali posti al vertice e alla base, che proiettavano l’ombra del sole, e forse anche della luna, in direzioni diverse in giorni particolari dell’anno: i solstizi e gli equinozi.

(testo tratto da”Mansuè, L’evoluzione della crescita”, Annalisa Fregonese, 1990)

Il Bosco Planiziale di Basalghelle

Simbolo non solo della frazione di Basalghelle, ma del Comune tutto è il bosco planiziale, di proprietà da tempo immemorabile della nobile famiglia dei conti Arrigoni. Si estende su cinque ettari di terreno ed è considerato uno dei boschi più importanti di tutta la provincia. E’ un querceto planiziale ceduo, relitto delle ampie foreste che secoli fa ricoprivano la Padania. Foreste fra Piave e Livenza che, come si legge in un documento del 1741, sarebbero bastate da sole a fornire di legname la Serenissima Repubblica di Venezia. Oggi, nonostante l’inquinamento e la ridotta estensione, il bosco conserva una ricca flora. Lo strato arboreo è costituito da farnie, carpini bianchi, frassini, ornelli, olmi ed aceri campestri. Fra i cespugli troviamo piante di ligustro, sambuco, prugnolo, viburno, corniolo, caprifoglio, edera, clematide, nocciolo e biancospino. Un tocco di poesia è dato da anemoni, gigli, pervinche, veroniche, polmonarie e colorate orchidee. Anche la fauna trova ottimo rifugio in questo angolo di natura. Vi si possono incontrare la carpina, la ghiandaia, il picchio verde, la civetta, l’allocco e il gufo. Fra gli insetti, spicca la presenza del cervo volante. Attualmente, l’esistenza del bosco è tutelata e incrementata dal lavoro del Corpo Forestale di Vittorio Veneto e della Guardia Forestale di Treviso.

(testo tratto da”Mansuè, L’evoluzione della crescita”, Annalisa Fregonese, 1990)

Chiesa di San Mansueto, Mansuè

Mansuè è chiesa pievana matrice di Portobuffolè e di Basalghelle. Non si conosce la data di erezione della parrocchia anche se è da ritenersi molto antica. La secentesca chiesa, costruita probabilmente su di una precedente dei Francescani (lo si può rilevare dallo stemma dell’Ordine posto sopra il portale centrale), fu ampliata nel 1550 e consacrata il 27 luglio 1665 da mons. Benedetto Benedetti, vescovo di Capri, essendo vescovo di Ceneda il card. Pietro Falier.
La chiesa parrocchiale un tempo era ad una navata, con presbiterio dotato d’altare e sedili artistici in legno intarsiato, tuttora esistenti. Su proposta dei parrocchiani e su progetto dell’arch. Rupolo di Caneva, soprintendente ai Monumenti e Belle Arti di Venezia negli anni 1924-25, la chiesa venne ampliata nel 1925, con l’aggiunta di due navate laterali e sostituendo il precedente muro perimetrale con sei monolitiche colonne in marmo rosso di Verona. Le colonne furono trasportate a Mansuè da Giovanni Pasquali, che andò a prenderle con i muli alla stazione ferroviaria di Bassano del Grappa.
Al centro del presbiterio c’è il grande altare maggiore, sormontato da un artistico tabernacolo in marmo, ornato ai lati da due angeli marmorei eseguiti nel 1754. Un tempo, dietro l’altar maggiore, era collocata una pala di Andrea Michieli, detto Andrea Vicentino, raffigurante la Madonna con Bambino in gloria, San Mansueto Vescovo, San Giovanni Battista, San Girolamo, Santa Apollonia e Santa Caterina d’Alessandria. Si trattava di un olio su tela di cm.327 x 190. Nel registro parrocchiale dell’anno 1599 è indicata la spesa sostenuta per il pagamento del pittore e per il trasporto della tela da Venezia a Portobuffolè per via fluviale. Tale dipinto si trova ora nel Museo Diocesano di Vittorio Veneto. Al posto della tela del vicentino, nell’abside e nel presbiterio c’è un grande affresco del pittore Giuseppe Modolo di Santa Lucia di Piave, raffigurante il Redentore con i simboli dei quattro evangelisti. Sul grande arco che divide il coro dalla navata centrale ci sono due affreschi del medesimo pittore raffiguranti la Vergine assunta in cielo, Santa Cecilia e San Pio X.
L’altare laterale a sinistra di chi entra è dedicato alla Madonna. La statua della Vergine è in legno laccato bianco, opera di Valentino Besarel, scultore di Zoldo, vissuto nel 1829-1902. L’altare laterale a destra di chi entra è dedicato a Sant’Antonio. Sullo sfondo della statua del Santo c’è la scritta “Pro fratribus nostris absentibus”, aggiunta negli anni Cinquanta, per invocare la protezione del Santo sui numerosi emigrati del paese.
Il campanile è alto quarantasette metri. E’ stato incorporato nella facciata, dopo l’ampliamento delle due navata laterali. Al centro della facciata, sotto il grande rosone, c’èra un affresco raffigurante l’immagine del santo patrono, San Mansueto Vescovo. L’opera, eseguita da Gina Roma, è stata celata da nuovo intonaco al seguito di recenti interventi di restauro.

(testo tratto da”Mansuè, L’evoluzione della crescita”, Annalisa Fregonese, 1990)

Chiesa di San Giorgio, Basalghelle

L’attuale chiesa parrocchiale è la terza in ordine di tempo che si conosca. Pare che Basalghelle sia divenuta parrocchia autonoma dalla Pieve di San Mansueto nella prima metà del 1600 (1624?) e che la prima chiesetta fosse un luogo dedicato al culto di San Giorgio. Il registro parrocchiale più antico parte dal 1626. Intorno al 1708, venne costruita una chiesa più grande. Doveva essere in stile romanico e ad una sola navata. Venne consacrata dal Vescovo di Ceneda.
Il campanile, con la pigna ottagonale, fu costruito per opera e direzione di un capomastro nel 1869. E’ alto 28 metri. Le tre campane di q.li 16,100 sono della fonderia De Poli di Vittorio Veneto.
La prima è una del trio che venne premiato all’Esposizione di Roma del 1869; è per questo che potè essere salvata dalla requisizione che i tedeschi fecero delle campane nel 1918.
L’attuale chiesa è piuttosto recente. Venne eretta dal parroco don Luigi Naibo (fu parroco dal 1876 al 1908) su progetto dell’arch. Domenico Rupolo. Fu poi ingrandita nel 1922-24 e venne consacrata dal vescovo di Ceneda mons. Eugenio Beccegato.
Consultando il registro parrocchiale del 1924, alla data 5 ottobre don Felice De Biasi annota queste parole: “Data memoranda! Alleluia, ripeto, dopo mesi 25 e mezzo di continue e costanti cure e di quasi continuo lavoro, ho potuto godere la più grande delle soddisfazioni che possa toccare ad un parroco – quella di assistere alla Consacrazione della mia chiesa parrocchiale tra l’esultanza di tutto il mio popolo, rallegrato dal mirabile, intonatissimo concerto di campane – inaugurate il giorno 19 aprile 1924 al “Gloria” del Sabato Santo, ma solennizzate insieme alla Festa della Chiesa oggi 4 ottobre 1924!”
La chiesa è stata decorata dai pittori fiorentini della bottega di Francini Giuseppe.
Il presbiterio ospita la Pala raffigurante San Giorgio eseguita da Antonio Maria Morera, nativo da Casalmonferrato, ma genovese di adozione.
L’altare maggiore in marmo è stato realizzato dai marmisti Zanette Giuseppe e Santuz Giuseppe di Vittorio Veneto su disegno dell’arch. Rupolo.
La Cappella del SS.mo Rosario, splendida per decorazione e completa nel suo arredamento è stata donata dai coniugi Zecchinato Maria e Antonio Pasqualy in memoria delle Contesse Aganoor.
Alcuni danneggiamenti furono subiti da tutto il complesso nel corso della Seconda Guerra mondiale, durante l’invasione tedesca.

(testo tratto da”Mansuè, L’evoluzione della crescita”, Annalisa Fregonese, 1990)

Chiesa dei Ss. Mauro e Macario, Cornarè

La Chiesa dei SS Mauro e Macario, in località Cornarè, è un edificio sacro di antichissime origini (XI secolo). Probabilmente serviva il Convento Benedettino di Basalghelle. Fu costruita lungo la Via dei Sali, l’importante arteria viaria che collegava la città e il porto di Portobuffolè a Ceneda (Vittorio Veneto) e al Cadore, permettendo il commercio del sale e dei cereali dalla Serenissima di Venezia al Centro Europa. La chiesetta dei SS. Mauro e Macario era forse luogo di preghiera e di rifugio dei pellegrini e delle carovane che percorrevano questa importante strada ed è probabile supporre che nei suoi pressi siano stati costruiti alcuni piccoli edifici atti ad ospitare i viandanti e ad offrire loro anche cure mediche.
Al suo interno, la chiesa è ad una sola navata, raccolta e protetta dalle magnifiche travature in legno del soffitto. Sulla parete dell’altare maggiore sono visibili degli affreschi, restaurati negli anni Ottanta. A ben osservarli, sono due cicli sovrapposti; il più superficiale risale al 1608 (come testimoniato dalla data dipinta) e rappresenta la Vergine in trono con Bambino, i SS. Mauro e Macario ai suoi lati e il Padre Eterno benedicente. La scena è inserita all’interno di una tribuna con colonne corinzie e timpano. L’artista esecutore viene indicato in Silvestro Arnosti di Ceneda, ma rimangono dei dubbi.
Su questa immagine appena descritta interferiscono degli stralci di un affresco sottostante, il quale è facilmente distinguibile dal primo se si seguono con l’occhio le picchiettature fatte sulla sua superficie e che servirono a far meglio aderire il nuovo intonaco per l’affresco del 1608.
Questo registro pittorico più antico risale al XV° secolo (1475 ?) e rappresenta un trittico nella cui posizione centrale è stata dipinta la Vergine in trono e Bambino, probabilmente con i SS. Mauro e Macario ai suoi lati, più sulla sinistra forse un San Rocco (il personaggio con i capelli biondi) e all’estrema destra Giobbe, riconoscibile dalle piaghe sul suo corpo.
A seguito dell’epidemia di peste scoppiata in tutto il Nord Italia intorno al 1630, la stessa epidemia descritta dal Manzoni ne I Promessi Sposi, le pareti della chiesa furono inevitabilmente imbiancate con la calce per ragioni igieniche, celando definitivamente tutto l’apparato decorativo.
Tuttavia, nel corso del XVII secolo nella zona absidale fu collocato un altare ligneo del Ghirlanduzzi, oggi conservato presso la chiesa parrocchiale di San Giorgio a Basalghelle.
 La struttura architettonica dell’altare era una copia fedele di quella dipinta nell’affresco del 1608. Purtroppo la pala contenuta al suo interno, che rappresentava la Vergine in trono con bambino e Santi, è stata rubata nel 1979 e attualmente risulta dispersa. E’ a causa - o grazie - a questo furto che sono stati riportati alla luce gli affreschi sopra descritti.
A seguito di questi ritrovamenti, sono stati intrapresi degli ingenti lavori di restauro protrattisi tra gli anni Ottanta e Novanta. Sono state rafforzate le fondamenta, assestata la struttura portante, rifatti il pavimento e il tetto su canoni stilistici d’epoca. La stessa campana che troneggia a conclusione della facciata della chiesa, è stata riportata all’antico splendore, riscoprendone i quattro evangelisti incisi sulla sua superficie bronzea, opera della Fonderia De Poli di Vittorio Veneto.
Oggi la Chiesa dei SS. Mauro e Macario è un gioiello artistico ben conservato e inserito in un contesto paesaggistico che merita la visita.

(Lisa Tommasella)

Le Ville

Basalghelle trova citazione nel testamento di Gaia da Camino. Questo aspetto è importante perché ci fa capire che probabilmente nel luogo risiedevano dei vassalli caminesi. Le loro abitazioni potrebbero aver costituito le fondamenta per le future ville rinascimentali - barocche, tuttora esistenti: Villa Parpinelli, ora Setten; Villa Silvestrini; Villa Aganoor, ora Arrigoni; Villa Carmen Frova, ora Tomasella – queste in territorio di Basalghelle e Rigole.
Nel paese di Mansuè troviamo, invece: Villa Calzavara; Villa Carretta; Villa Soldi.
Giuseppe Mazzotti nel suo “Catalogo delle Ville Venete” descrisse alcune delle dimore mansuetane.
Villa Aganoor- Arrigoni viene indicata come il “tardo rifacimento di una precedente costruzione: di origine restano solo parte del parco e la scuderia”. Infatti, la villa fu distrutta da un tremendo incendio nel 1909. Venne ricostruita su progetto dell’Ing. Sordari nel 1924, dall’impresario Giovanni Bravo di Oderzo. Durante l’occupazione tedesca dell’ultima guerra, che aveva posto un comando nelle stanze della villa, la ricca biblioteca dei proprietari fu dispersa.

Villa Calzavara

Villa Calzavara è uno degli edifici più interessanti. “Costruzione seicentesca a due piani: la facciata sud ha l’ingresso principale al primo piano e vi si accede mediante una doppia gradinata: accanto al corpo centrale, due ali più basse, delle quali una più lunga. La facciata nord ha l’ingresso ad arco ribassato, profilo a bugnato, e al centro una grande finestra ad arco con poggiolo in pietra. Le finestre della soffitta sono orlate da motivi seicenteschi. Due bei camini sporgenti in facciata. Ha ancora un parco con vasto prato e un gran viale, una modesta barchessa ed un bel pozzo”.
Villa Carretta viene definita come “un edificio assai semplice, costruito probabilmente dai Ca’Zorzi nel 1610. Ha due grandi camini simmetrici ed una trifora con poggiolo in ferro. All’interno, soffitti alla sansovina; nel giardino, un pozzo con arco ornato in ferro battuto”.
Per decenni queste dimore furono il rifugio ospitale di borghesi e nobili innervositi ed annoiati dalla vita cittadina. Le giornate in campagna trascorrevano serene per queste persone: una passeggiata lungo i viali alberati, una partita di caccia, i centrini ricamati all’ombra degli alberi in giardino, l’allegra cena a base di lepre e beccaccini in compagnia di tanti ospiti, una scappata in carrozza fino ad Oderzo, unico centro “cittadino” allora esistente nel raggio di kilomentri.
Un giovane pittore ancora sconosciuto, Armando Buso, soggiornava volentieri a casa Parpinelli ed i vari membri della famiglia facevano a turno da modelli all’artista.
Andrea Maffei, Giacomo Zanella, Enrico Nencioni, Pompeo Momenti frequentavano il salotto letterario della ricca e nobile famiglia Aganoor, presso Villa Aganoor appunto.

(testo tratto da”Mansuè, L’evoluzione della crescita”, Annalisa Fregonese, 1990)